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La sindrome dell'impostore

  • maralupicaspagnolo
  • 20 apr 2023
  • Tempo di lettura: 3 min


“Dottoressa io ho la sindrome dell’impostore. Ho il terrore che qualcuno capisca che non so fare nulla e che mi mandino via”.


Quando parla di “Sindrome dell’impostore”, la mia paziente si riferisce a un suo personale stato d’animo, ad una condizione psicologica persistente per cui lei, una persona di talento, non riesce a convincersi dei propri meriti, compromettendo in modo significativo il suo quotidiano e la sua qualità di vita.


Ci tengo a precisare che non si tratta di un disturbo psicologico, essa infatti non viene citata o classificata nel manuale diagnostico dei disturbi mentali. La storia di questa sindrome ha inizio nel 1978 , quando due psicologhe americane, Pauline Clance e Suzanne Imes, coniarono il termine a seguito di un lavoro di osservazione su un gruppo di donne di successo e performanti, che tuttavia non si sentivano all’altezza del proprio ruolo. Secondo le loro ricerche, comunque, la sindrome dell’impostore sembrerebbe affliggere allo stesso modo anche gli uomini.


Cosa provoca questa sindrome?

Essa sembrerebbe portare il singolo a ritenere che i propri successi siano in realtà dovuti al caso o a fattori esterni fortuiti: la convinzione è quella di avere invece uno scarso valore, sia in ambito professionale sia in quello umano. Sembrerebbe inoltre che il 70% della popolazione abbia sperimentato tale sindrome almeno una volta nella vita, riportando sensazioni di ansia, scarsa autostima e paura del fallimento. Questa sintomatologia porta così la persona a sentirsi un vero “impostore”, a temere di essere “smascherato/a”, avendo infatti la certezza che ogni merito, ogni traguardo, ogni successo e ogni complimento non sia davvero meritato. Il timore del confronto e il costante rimuginio diventano dei compagni di viaggio invadenti, portando così il soggetto a una narrazione di sé poco coerente e alla costante frustrazione rispetto alla soddisfazione personale.


Perché accade e come superarla?

Le cause sono diverse ed è impossibile stabilirle a priori per tutti, in quanto la risposta risiede nella storia di vita del singolo e come essa si interseca con il contesto in cui le persona vive e la rete sociale di cui essa dispone. Per questa analisi è necessaria una condivisione all'interno della terapia, proverò comunque di seguito a condividere alcune osservazioni, ovviamente molto generali.

Inizio con il ricordare che non essendo una patologia, ma uno stato d’animo, è fondamentale riconoscere la narrazione svalutante e imparare a contestualizzare.


…In termini pratici?

Inizia con il condividere questi tuoi pensieri con un caro amico, un genitore o con il partner, potrete così lavorare insieme su una visione più oggettiva della situazione. Ognuno di noi possiede punti di forza e di fragilità, a volte conta solo imparare a riconoscerli e usarli a nostro vantaggio. Avere dei difetti, comunque, è sano e caratterizza l’essere umano, nessuno escluso! Allo stesso modo può accadere di avere “momenti no”…. Cosa fare allora? L’unica cosa possibile, ripartire. Analizza gli errori, ma anche tutti i passi fatti, impara a darti del tempo, rivolgi a te stesso quel piccolo atto di gentilezza che concedi invece agli altri. Il tuo valore non dipende da un voto, da una prestazione, da uno status lavorativo o economico. Prendiamo questo momento di avversità e di incertezza come il punto di partenza per la costruzione di una nuova narrazione, più sana, più utile, ma soprattutto più autentica.


Come nella poesia di Alber Camus:


“Nel bel mezzo dell’inverno, ho scoperto che vi era in me un’invincibile estate”.
 
 
 

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